Riflessioni

L'anestesia sociale: farmaci, distrazioni, performance

Un estratto della riflessione pubblicata su Substack.

Viviamo circondati da modi per non sentire.

Un farmaco per il dolore.

Una distrazione per non pensarci.

Un impegno per riempire ogni spazio.

La necessità di continuare a funzionare anche quando il corpo ci chiede di fermarci.

Non sempre ce ne accorgiamo, perché spesso queste strategie fanno parte della nostra quotidianità.

Quando sentire diventa scomodo

Il dolore ci costringe a fermarci e ad ascoltare qualcosa che preferiremmo non sentire.

E in una società che ci chiede di essere efficienti, produttivi e sempre in movimento, fermarsi può sembrare quasi un fallimento.

Così impariamo a fare altro.

A distrarci.

A stringere i denti.

A continuare.

Anche quando il corpo sta cercando di attirare la nostra attenzione.

L'anestesia non è solo farmacologica

Quando parlo di “anestesia sociale”, non mi riferisco soltanto ai farmaci.

Penso a tutti quei modi, più o meno consapevoli, con cui impariamo a prendere distanza dalle nostre sensazioni quando diventano difficili da tollerare.

Anche la ricerca continua di prestazione può diventare una forma di anestesia: fare, controllare, migliorare, raggiungere.

Come se fermarsi ad ascoltare fosse meno importante che continuare a funzionare.

Ascoltare non significa fermarsi

Ascoltare il corpo non significa necessariamente smettere di fare tutto.

Significa poter riconoscere ciò che sta accadendo senza doverlo immediatamente eliminare, controllare o superare.

Anche nel dolore pelvico questo può cambiare il modo in cui guardiamo alla riabilitazione.

Non si tratta soltanto di far scomparire una sensazione, ma di comprendere cosa quella sensazione sta comunicando e come possiamo tornare a vivere senza essere continuamente guidati dalla sua presenza.

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